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Noi crediamo

di Giorgia Meloni

Editore Sperling & Kupfer , novembre 2011

Un inno alla forza dirompente dei giovani.
Storie di ragazzi e ragazze che hanno cambiato l’Italia nel racconto del ministro più giovane nella storia della nostra repubblica.
“Noi crediamo. Crediamo nei giovani, nella politica, nella giustizia, nell’eguaglianza, nel merito. Crediamo nella nostra Nazione, una Nazione nata centocinquant’anni fa dal sacrificio di un gruppo di ragazzi, molti dei quali poco più che ventenni. Una banda di idealisti, sognatori e poeti, capaci di abbandonare tutto e prendere le armi per inseguire la speranza dell’unità nazionale.”

 

In un momento di crisi – della politica, dell’economia, degli ideali – serve ricordare da dove veniamo, il nostro patrimonio di valori e cultura, la nostra identità. Perché, mai come ora, è pericoloso cedere alla tentazione del disimpegno, dell’apatia e del qualunquismo mascherati da lotta alla “Casta”, da antipolitica. È vero, quella di oggi è una società bloccata. Bloccata da rendite di posizione, dalla mancanza di mobilità sociale, da vecchi schemi che non corrispondono più a una realtà profondamente mutata. E sono i giovani a pagare il prezzo più alto, costretti a vivere un presente di precarietà e a immaginare un futuro ancora più incerto.
Per loro c’è bisogno di aggredire dalle fondamenta la società dei privilegi consolidati e costruire sulle sue macerie l’Italia del merito, capace di far emergere e premiare l’energia visionaria, la tenacia, il talento. Giorgia Meloni, il più giovane ministro nella storia della Repubblica, ha raccolto le esperienze di ragazzi e ragazze che vivono con coraggio, determinazione, passione. Alcuni sono famosi, come Federica Pellegrini o Mirco Bergamasco, altri no, ma non sono meno importanti, perché tutti protagonisti di storie esemplari e avvincenti, che meglio di molti discorsi illustrano i princìpi – dalla lotta alla mafia alla difesa della vita – per cui l’autrice si batte da anni e che ne hanno ispirato l’intera attività politica. Sono storie che nascono da un incontro, da una sintonia di valori, dalla certezza che le vite di questi giovani servono ad altri. E che servono all’Italia per essere migliore.

 


Cinque macchine parc heggiate in fila. Tutte italiane, solo una tedesca. Sono le 15.34, il sole rallegra una giornata serena, ma calda. Giro l’angolo ed entro in via S.Sigismondo. Seduto, tranquillo, come se nulla fosse: un ragazzo straniero, tra una panda ed una punto, controlla che la quantità sia quella desiderata. Poi slaccia il bottone della camicia e tira su la manica. Sono le 15.37 e a destra vedo due signori, a sinistra una ragazza. È l’ora in cui i bambini escono in strada a giocare o si dirigono verso un parco, o tornano a casa. E in pieno giorno, alla luce del sole, quel ragazzo si sta drogando. Proseguo per la mia strada,  pensando a quanto possa essersi rassegnato lo Stato nella lotta alla droga, se chiunque si può permettere di farlo semplicemente seduto sul ciglio di una strada. Senza apprensione, come se fosse in casa sua. Dal finestrino del bus vedo una scritta: “la legge è illegale”. Hanno ragione loro. Perché la libertà è poter fare ciò ce si vuole, senza rispetto degli altri. Perché lo Stato opprime e ciò che va contro è bello. Perché non c’é certezza della pena, e allora che ce ne facciamo della legge! Perché le forze dell’ordine sono servi e vanno delegittimati, frenandone la lotta alla criminalità. Perché chi viene arrestato per spaccio, il giorno dopo, è al bar per sbattere il cornetto con la crema in faccia al poliziotto che il giorno prima ha faticato per scovarlo. Perché tanto a raccogliere quella siringa lasciata sul marciapiede non sarà nostro figlio, ma quello di qualcun altro. Quindi, chi se ne importa.


La Giovane Italia Bologna, nell’ambito delle manifestazioni organizzate dal movimento in tutta Italia in occasione della visita del Cancelliere Merkel in Italia, ha questa notte apposto due striscioni presso i consolati di Francia e Germania. Entrambi gli striscioni recano la scritta “#noMerkozy, l’Italia non ha padroni!”. Con questo slogan, che riprende la campagna nazionale lanciata anche su twitter (da qui l’uso dell’hashtag), intendiamo criticare la politica digestione della crisi europea messa in campo dal duo Merkel-Sarkozy. I due capi di stato infatti, stanno gestendo l’Europa secondo i propri interessi, dettando l’agenda a tutta l’Unione, con profonde ingerenze nella sovranità nazionale delle singole nazioni. Basti pensare a quanto avvenuto in Italia e in Grecia, con la rimozione dei due capi di Governo eletti, fortemente caldeggiata dall’asse Berlino-Parigi o alle soluzioni messe in campo per uscire dalla crisi (fiscal compact, etc.). Non vogliamo certo negare le mancanze da parte dei governi italiani che si sono

succeduti dal dopoguerra ad oggi, tranne rare eccezioni, che hanno  gestito la finanza pubblica in maniere improvvida, producendo un deficit enorme, ma non accettiamo che le ricette per risolvere questa situazione vengano dettate da un capo di stato straniero, per quanto autorevole e membro dell’UE.

La Giovane Italia crede in un’Europa in cui lo sviluppo sia sì in armonia tra gli stati, ma nel rispetto delle singole peculiarità culturali, politiche, storiche, sociali ed economiche di ogni popolo che la compone. Per questo non accettiamo la diarchia franco-tedesca né la supina accettazione di qualunque scelta imposta al nostro paese dall’Unione, o meglio dalla BCE, come invece sta avvenendo da parte del Governo-Monti.

 

Mattia Kolletzek Dirigente nazionale Giovane Italia

Stefano Cavedagna Presidente Provinciale Giovane Italia

Francesco Rubini Responsabile provinciale Azione Universitaria

Dopo tante proteste, discussioni, ripensamenti finalmente la tanto attesa riforma del lavoro è stata presentata.

ECCO IL TESTO INTEGRALE

Per comprendere meglio la riforma è utile leggere questo articolo (QUI)

La riforma Fornero del mercato del Lavoro è stata approvata e approderà in Parlamento come disegno di legge. Escluso quindi il ricorso a un decreto o a una legge delega. I tempi quindi si allungano.

Leggi tutto...

“Non li abbiamo abbandonati” – dice il ministro Terzi. Noi non siamo così sicuri: come minimo, non sono stati difesi sufficientemente.

Marò detenuti

I due marò fermati in India,  Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, dopo ormai troppi giorni dall’incidente militare e diplomatico che ha portato alla morte di due pescatori indiani, sono ora nel carcere di Trivandrum. Detenuti senza legittimità. Come stanno i fatti è ormai noto: uno scontro a fuoco, avvenuto in acque internazionali in seguito ad un attacco di pirati nella zona, ha visto morire due indiani. Gli accusati, da parte delle autorità dello stato del Kerala sono i nostri militari, gli unici portati dalla nave che stavano difendendo,la petroliera Enrica Lexie, al porto indiano. Un errore diplomatico, forse in buona fede, ma che non ci ricopre certo di gloria. Una mostruosità giuridica, invece, il diritto rivendicato dal governo dello stato indiano: con la nave in acque internazionali la giurisdizione è e deve essere italiana. Ma se nel Kerala hanno colto la palla al balzo, noi li abbiamo fatti fare senza colpo ferire. Prendeteli pure.
Dove è la diplomazia Italiana?
Il primo grave errore è banale, quasi scolaresco. I nostri soldati dichiarano di non aver sparato contro le due vittime, ma finiscono comunque nelle mani di un’autorità straniera. Si è agito con superficialità, senza dar peso alla situazione politica dello stato indiano in forte subbuglio per le elezioni imminenti e senza dimostrare un minimo di coraggio: l’ordine doveva essere immediato. Tornate a casa, subito. Rivendicare oggi la necessità di giudicare i due militari in terra nostrana è giusto sì, ma tardivo. Abbiamo servito su un piatto d’argento al governo locale la possibilità di risollevare le proprie sorti elettorali e questi non si farà scapare l’occasione. Sarebbe come rivendicare un furto dopo aver rivelato al ladro la combinazione della propria cassaforte. È giusto, ma sei un cretino.

Il secondo, invece, è esplicativo della poca, pochissima considerazione che il nostro paese ha per l’operato dei nostri militari. Ci chiediamo per quale motivo i due marò siano stati fatti tornare nelle acque indiane, senza sentire le loro ragioni. Hanno dichiarato la loro innocenza e svolgono il loro pericoloso lavoro per l’Italia, nell’ambito dell’operazione internazionale Atalanta. Devono essere creduti. Insomma, ha maggiore credibilità un nostro soldato o un governo indiano in apnea in cerca di ossigeno elettorale?

Il terzo errore è di ordinaria diplomazia: l’ambasciatore indiano in Italia è stato convocato dalla Farnesina solo l’altro ieri, dopo troppi giorni dall’accaduto. A cosa dobbiamo questo ritardo? E perché, ancora, non è stato richiamato a Roma il nostro ambasciatore? Quantomeno per protesta, anche solo simbolica.


Il perché di tante mancanze, forse, ha radici profonde nella nostra storia. Non abbiamo avuto, dalla fine della II guerra mondiale ad oggi, una mano forte in campo internazionale che sapesse incutere rispetto.Un governo senza indirizzo politico

Ma occorre valutare tra due atteggiamenti, quello storico e quello attuale. Il primo, rappresentato da tutti (o quasi) i governi che si sono alternati, ha dimostrato la capacità di decidere la linea della politica estera in base all’indirizzo politico governativo e di maggioranza. Giusto o sbagliato che sia. Quello attuale, invece, è rimasto nel limbo: non ha agito né bene, né disgraziatamente. Ha temporeggiato, mantenendo toni sobri, e non ha dato grande risalto alla vicenda. Noi la consideriamo una mancanza, inaccettabile. Ed è un’anomalia causata da un governo economico, senza radici politiche e sostenuto da una maggioranza fasulla. Che posizione di politica estera può prendere un governo nato per risolvere esclusivamente un problema di conti? Nessuna, o se anche volesse non può esternarla. Che fa, dichiara “guerra” diplomatica all’India, raffreddando un poco i rapporti, accontentando la parte a destra della sua maggioranza; oppure s’indigna e basta, ma senza esporsi troppo, come piacerebbe alla parte sinistra della compagine di governo?  Per questo rimane sospeso, sulla pelle dei nostri marò.

Pisapia fa finta di niente

Chi invece si è schierato apertamente è il sindaco di Milano. In Italia, infatti, rimangiarsi le promesse fatte è uno sport molto diffuso. Il sindaco di tutti i milanesi – parole sue –, infatti, si è scordato che una parte della sua città non veste arancione, non ha militato tra le fila della sinistra estrema e prova rispetto per gli italiani catturati o rapiti in territori stranieri.  Tutti. Così, ha evitato di esporre un cartellone di solidarietà ai due militari a fianco dei tanti già comparsi in favore di giornalisti, attivisti o quant’altro, privati delle libertà personali per i più disparati motivi.  Quella parte di Milano (e per estensione dell’Italia) si chiede il perché. Non c’è condanna, quindi i due militari sono innocenti fino a prova contraria. Loro stessi, volontari che servono il nostro (anche di Pisapia) Paese, ci assicurano di non aver sparato. Cos’hanno di diverso rispetto a chi è stato rapito in territori a rischio e che magari si è spinto un po’ troppo in là nel fare il proprio lavoro? Cosa distingue i due sottoufficiali da Rossella Urru? Vogliamo sperare non la divisa che indossano, che riporta sul braccio sinistro il nostro tricolore.

Giuseppe De Lorenzo      www.ideaoccidente.wordpress.com

 

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